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Il dialetto Santamariano"Minturno non è una colonia slava o greca, o albanese, non un’oasi linguistica; è uno dei paese del Latium novum o aciectum, del Lazio meridionale, che per secoli è appartenuto al regno di Napoli, nella provincia di Terra di Lavoro. Napoletano è pertanto il dialetto, con forte infiltrazione e commistione della parlata ciociara-abbruzzese. Tra i contributi lessicali recati ai nostri dialetti nei secoli passati bisogna registrare ansitutto vocaboli classici o del latino popolare (latinismi) e voci ereditate o mutuatedai dominatori spagnoli, i quali per di più di due secoli governarono il viceregno (spagnolismi). C’è poi una lista di francesismi di uso corrente, per la maggior parte relativi alla moda, alla casa, la mensa; inoltre un gruppo di anglicismi o americanismi, penetrati nel linguaggio negli ultimi decenni ad opera degli Italo-americani, rimpatriati o rientrati in Italia per un lieto soggiorno dopo anni di permanenza negli Stati Uniti e nel Canada. Eppoi, quanti significati aberrati nella gente incolta, quante più gravi storpiature in latinismi di preghiere o canti religiosi!"Questi alcuni stralci dal De Santis, a tutt’oggi uno dei pochissimi studiosi minturnesi che abbia preso seriamente in considerazione la "nostra lingua". Hanno scritto qualcosa in dialetto tra gli altri: Armando Grossi e Cristoforo Sparagna. Il primo, uomo di cultura e musicista, è stato molto più fedele ai modelli reali, ma ci ha lascito poche scenette di vita quotidiana e testi per canzoni, scritti in occasione di spettacoli e manifestazioni pubbliche. Il secondo, tra l’altro grande e sensibilissimo pittore, è stato di gran lunga più prolisso. Però ha operato una mediazione letteraria tra quello che era il dialetto vero e il proprio bagaglio culturale. Interessante certamente, ma insufficiente per toccare realmente la vera parlata minturnese. E’ auspicabile che il sottoscritto, attraverso le proprie traduzioni, apporti qualcosa in più, o semplicemente di diverso, in detta materia, non come puro studioso, nella sua eccezione più cattedratica del termine, ma come operatore e ricercatore sul campo; in questo caso quello teatrale. Di fatto la differenza fondamentale è che, al di la’ delle accentazioni, sia foniche che toniche, non in linea con l’usuale uso letterario in quanto mi sono preoccupato più di asservire attori, i quali spesso non erano affatto abituati a recitare in dialetto, che lettori, la lingua su cui ho lavorato è leggermente diversa dal minturnese-capoluogo. In quanto originario di S. Maria Infante frazione di Minturno, sul versante nord del territorio, il mio dialetto minturnese ha molte più integrazioni ciociare e abbruzzesi. Il mio dialetto, il santamariano, ha una coloritura meno aspra, forse più sinuosa. Di certo è imparentato con la vicino Spigno Saturnia, anche se ne ha filtrato tratti caratterizzanti, ma molto di più con la vicina Pulcherini, con la quale siamo uniti da radici storiche comuni. E’ auspicabile che gli eventuali usufruitori di questo lavoro, sia autoctoni che alieni, comprendano la grande e dirompente capacità creativa del dialetto, parlo del dialetto in genere. Il confronto con i classici non è un fatto marginale ma essenziale in questo tipo di operazione, poiché lo studio dei classici è esso stesso fondamentale per il teatro e per la nostra lingua e nulla è più necessariamente creativo nel linguaggio se non l’itinerario dialettico di una composizione teatrale. Il nostro mezzo linguistico non solo si è dimostrato bene all’altezza ma è riuscito a illuminare una materia che era nata con premesse e motivazioni spettacolari e culturali certamente popolari – si è quindi ricreta la stessa condizione di base - e non meramente letterarie. Ora se è vero che l’attore partecipa mirabilmente al rinnovamento della lingua è anche vero che l’autore di un testo o, nel mio specifico, di una traduttore linguistica-semantica, è coinvolto ancora di più in questo rinnovamento, e il magma creativo ne recoinvolge senza sosta attori, pubblico e drammaturgo in un processo senza. Ma, purtroppo, come avviene ormai sempre più frequentemente, la brutalizzazione dei giochi di gestione, specialmente di pseudo politica, l’inficiamento di persone che non hanno nulla o quasi nulla a che fare con il processo creativo, e le istituzioni non rettamente determinate e gestite, invece di essere mezzo di sostegno e aiuto, e malgrado i molti fondi messi a disposizione dallo stato, finisce per generare la distruzione di quei delicatissimo processi a volte spontanei ma molte volte frutto di un lavorìo costante e laborioso. Si finisce così per mera situazione di comodo e d’interesse per avvantaggiare tentativi embrionali o per nulla efficaci, speculazioni e corruzioni. Giochi di potere, che in altri tempi sono risultati addirittura anche positivi per l’arte (la costruzione viva del linguaggio è una delle più alte forme di arte, e il teatro ne è una fucina privilegiata), in questi tempi, e anche nella nostra terra, di fatto stanno abrutendo in modo vergognoso il linguaggio. Ma la speranza, che è la dote più grande di un essere vivente, cosciente e pensante, e che discerne in questo mondo inesorabilmente i morti dai vivi, ci fà continuare amorevolmente nel nostro lavoro di creazione. Daltronte come potremmo sperare di essere un giorno figli di tanto Padre se non gli somigliassimo almeno un poco? |
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